Letture - I Vagabondi del Dharma - Jack Kerouac
Jack Kerouac, I Vagabondi del Dharma, Mondadori (Oscar Moderni, 86), Milano, 2016, 262 pp.
I contesti narrativi in cui Kerouac ambienta i suoi romanzi
ci possono sembrare molto lontani. L’America degli anni cinquanta-sessanta
dello scorso secolo è lontana, le avventure dei appaiono lontani ricordi. La
globalizzazione impedisce sempre più il viaggio come scoperta e abbandono. La
connessione costante può essere si troncata da una decisione del singolo ma ci
può chiedere se veramente si vuole essere sconnessi da un sistema.
Al tempo stesso, gli incredibili viaggi coast-to-coast
con tutti i mezzi possibili narrati in Sulla Strada ci appaiono lontani,
magari sostituiti dai cannonball run compiuti nel minore tempo
possibile. Esperienze che si perdono, il cammino dell’uomo imbrigliato nella
routine dei soliti quattro passi quotidiani.
“Ma c’era una sfumatura di saggezza in tutta la situazione,
come avrete notato anche da soli passeggiando certe volte in qualche via dei
sobborghi, oltrepassando una fila di case ai due lati della strada ognuna col
suo lampadario in soggiorno, soffuso di luce dorata, e dentro, il piccolo
riquadro azzurrino del televisore, tutte le famiglie dei vivi con l’attenzione
probabilmente inchiodata su un solo spettacolo; nessuno parla; silenzio nei
giardini; i cani che abbaiano perché ti muovi su piedi umani anziché su
ruote…”. Sono le parole di chi le vie di quei sobborghi le attraversa sui suoi
piedi e con le sue idee non elettrificate, capaci di cercare uno spettacolo non
richiudibile nel “piccolo riquadro azzurrino”. Viaggiatori, fantasmi, vagabondi
del Dharma.
Punto di convergenza di I Vagabondi del Dharma con Sulla
strada è la ricerca ed il viaggio. Eppure questi due parametri ne
costituiscono al tempo stesso il punto di divergenza. In Sulla Strada l’imperativo
era “andare” senza però rispondere alla domanda del “dove” e, di conseguenza,
al “cosa” cercare. Ne derivano viaggi incredibili, folli ed eroici, in cui la
verità appare sempre ad un passo ma poi il punto d’arrivo tradisce le attese.
Fino al terribile balbettio finale di Dean Moriarty e alla sua figura che man
mano rimpicciolisce confusa nelle strade di New York.
Ne I Vagabondi del Dharma sparisce la frenesia del
viaggio a tutti a costi ma subentra un idea di un cammino liberante. E non a
caso, il viaggio è condotto verso scalate spettacolari sule montagne. Montagne
da salire per un percorso di consapevolezza e poi da ridiscendere per cercare
nuove vie. Viaggi che il protagonista, sotto pseudonimo di Ray Smith
intraprende con un nuovo amico, Japhy. Le pagine di questo libro ispirano
spesso sentimenti di libertà, anche quando il protagonista dorme solo sul letto
di un fiume a poca distanza da un rumoroso ponte autostradale. “Meglio dormire
libero in un letto scomodo che dormire prigioniero in un letto comodo”. Per poi
partire per un nuovo viaggio di cinquemila chilometri in autostop. E di nuovo,
anche quando la strada corre veloce sotto i piedi, vi è pace e libertà. Lo si
percepisce nelle descrizioni dei luoghi, delle persone e nel mangiare. Emerge
nei dialoghi. E anche nei momenti in cui le bevute assumono proporzioni
omeriche niente sembra turbare la quiete. Lo stesso Japhy, al momento della sua
partenza per il Giappone, non sembra sperso nei pensieri balbettanti di Dean
Moriarty ma appare convinto della direzione del suo viaggio. Indicando nel
contempo a Ray una via che progressivamente lo conduce dapprima quasi in cima
al Matternhorn e poi infine sul Desolation Peak, luogo di finale consapevolezza
per il protagonista prima d’intraprendere il sentiero di discesa.
Kerouac scrisse i Vagabondi del Dharma nel 1958,
appena un anno dopo la pubblicazione di Sulla strada. Leggendolo e poi
leggendo i passaggi deliranti che emergono in Big Sur, pubblicato nel
1962, ci si pone la domanda di dove si sia rotto l’idillio o l’equilibrio che
l’autore fa emergere nelle pagine de I Vagabondi del Dharma. Affiora di
conseguenza il dubbio che l’equilibrio indicato sia stato più un’aspirazione
per l’autore che uno stato effettivo di cose. E di conseguenza riemerge il
vuoto di ricerca e la desolazione di un punto d’arrivo così ricorrenti in Sulla
Strada.
Emanuele Cattarossi


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